Secondo una ricerca dell’Ufficio parlamentare di bilancio, i dati comparativi degli stipendi lordi degli italiani dal 1990 al 2024 rispetto ai Paesi Ocse sono raggelanti. Secondo lo studio, considerando i lavoratori a tempo pieno e gli stipendi lordi reali equivalenti, l’Italia è l’unico Paese in cui le retribuzioni sono diminuite (dell’1,6%), mentre in media nei Paesi Ocse l’aumento è stato del 35%. Se guardiamo in particolare i singoli Paesi, registriamo un più 50,5% negli Stati Uniti, un più 48,4% nel Regno Unito, un più 33,4% in Francia e un più 32.9% in Germania. Ma è ancora peggio: i redditi più bassi sono quelli che hanno perso di più, il 40,6%, mentre quelli più alti hanno registrato un aumento solo del 3,3%. Svolgo qui tre ordini di considerazioni.

Dal 1990 ad oggi, l’Italia ha registrato la più alta trasformazione del sistema produttivo: il progressivo spostamento dall’industria ai servizi e l’utilizzo massiccio del part time. Nei servizi l’occupazione è passata dal 57,4% al 70% e ha subìto, a causa del precariato, il più massiccio taglio dei compensi, meno 20,9%, mentre il part time che riguardava il 4,4% degli occupati oggi si estende al 31,6% dei lavoratori. Dunque i servizi non assicurano forme contrattuali pari a quelle dell’industria, e in generale i lavoratori italiani lavorano di meno di quelli degli altri Paesi.