La Nota di lavoro n. 1/2026 dell'Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb), pubblicata pochi giorni fa, mette nero su bianco un dato che dovrebbe dominare il dibattito di politica economica: tra il 1990 e il 2026 le retribuzioni lorde dei lavoratori dipendenti del settore privato sono diminuite, in termini reali, del 6,6%. Trentasei anni di dinamica retributiva depressa, accompagnata da una dispersione salariale crescente, concentrata nella fascia bassa dei redditi e alimentata da part-time involontario e frammentazione contrattuale.
Ci siamo raccontati che il problema fosse l'inflazione. Non è così. L'inflazione è stata uno shock globale; la vera anomalia italiana è che, mentre gli altri Paesi hanno recuperato il potere d'acquisto perduto, noi siamo rimasti fermi. L'Employment Outlook dell'OCSE, presentato il 7 luglio, colloca le retribuzioni reali italiane ancora al 6,1% sotto i livelli del primo trimestre 2021 - il divario più ampio tra le grandi economie avanzate - e stima per il 2026 una nuova flessione dello 0,9%, con un recupero appena dello 0,2% nel 2027.
Nel Mezzogiorno il quadro è anche più difficile. Solo il 54% dei giovani tra i 20 e i 34 anni lavora, contro oltre l'80% del Nord-Est; la disoccupazione giovanile meridionale (20,5%) è più di tre volte quella del Nord. Quando il lavoro c'è, retribuisce poco: circa 15.600 euro lordi annui per i dipendenti privati sotto i 35 anni. Né vale l'obiezione del minor costo della vita: l'erosione del reddito avviene comunque, per altra via, attraverso servizi più fragili - la sola mobilità sanitaria calabrese è arrivata a costare 327 milioni di euro nel 2024, secondo Gimbe. E il conto finale lo presenta la demografia: 175mila giovani tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato il Sud tra il 2022 e il 2024, in maggioranza laureati, un investimento formativo perduto che Svimez quantifica in circa 8 miliardi l'anno.








