Chi lavora oggi in Italia porta a casa, al netto dell'inflazione, meno di quanto guadagnava un dipendente all'inizio degli anni Novanta. È il punto di partenza di un'analisi dell'Ufficio parlamentare di bilancio dedicata al ruolo redistributivo dell'Irpef dal 1990 a oggi, che quantifica la caduta: le retribuzioni lorde sono scese in media del 6,6 per cento in termini reali nell'arco di trentacinque anni.Non è solo una questione di quanto pesa la busta paga, ma di come si è spaccato il mercato del lavoro attorno a essa. Alla dinamica salariale piatta, rileva l'Upb, si è sommata la diffusione del part-time e una segmentazione crescente per settore, tipo di contratto e qualifica. Il risultato è una forbice più larga tra le retribuzioni lorde, con i salari che restano al palo e nodi irrisolti sul piano dell'equità e della tenuta nel tempo.Il numero dell'Upb non arriva isolato. Da anni l'Ocse, su dati Eurostat, colloca l'Italia in una posizione anomala tra le economie avanzate: nel periodo tra il 1990 e il 2020 è l'unico Paese dell'area in cui il salario medio annuo, misurato a prezzi costanti, è diminuito anziché crescere. Nello stesso arco di tempo i salari sono più che triplicati nei Paesi baltici e raddoppiati in alcune economie dell'Europa centrale.Il quadro non è migliorato con lo shock inflazionistico degli ultimi anni. Secondo l'Employment Outlook dell'Ocse, a inizio 2025 i salari reali italiani risultavano ancora inferiori del 7,5 per cento rispetto al 2021, il peggior risultato tra le grandi economie dell'organizzazione. Un recupero parziale è cominciato dal 2024, trainato dal rientro dell'inflazione e dal rinnovo di alcuni contratti collettivi, ma il ritorno ai livelli pre-crisi resta lontano. Sullo sfondo, una differenza strutturale con buona parte del continente: l'Italia è tra i pochi Paesi dell'Unione senza un salario minimo fissato per legge, strumento adottato da 22 dei 27 Stati membri.È su questo terreno che l'Irpef ha assunto un peso via via maggiore, funzionando da correttivo delle disuguaglianze che nascono a monte, nel mercato del lavoro. Due passaggi hanno spostato l'asse dell'imposta: l'introduzione del bonus Irpef nel 2014 e la riforma del 2025, che ha trasferito dentro l'imposta gli sgravi contributivi. Per i redditi da lavoro dipendente bassi e medi il prelievo è calato; per quelli alti è invece salito, soprattutto per effetto del drenaggio fiscale, cioè della mancata indicizzazione degli scaglioni all'inflazione, che nel tempo spinge i contribuenti verso aliquote più pesanti senza che il reddito reale cresca.
Trentacinque anni di stipendi al palo: in Italia, i salari reali sono scesi del 6,6% rispetto al 1990
L'analisi dell'Ufficio parlamentare di bilancio certifica la caduta delle retribuzioni lorde dal 1990. Un declino che colloca l'Italia in una posizione anomala:










