Oltre trent'anni di salari al palo per i dipendenti del settore privato in Italia che hanno visto un calo in termini reali, nel periodo, del 6,6%, con un'attenuazione per quelli a reddito medio basso i quali hanno potuto beneficiare delle riforme dell'Irpef. Uno strumento che però "ha margini oramai limitati" e il cui modello redistributivo, che pesa sui redditi medio alti e presenta disparità di trattamento fra categorie, andrebbe cambiato a favore di uno più orientato alla spesa.
L'ultima conferma della stagnazione che ha colpito le retribuzioni nel nostro paese arriva dall'Upb, l'ufficio parlamentare di bilancio, che ha passato in rassegna i salari dal 1990 al 2026 e gli effetti in questi anni delle modifiche all'Irpef. Gli esperti dell'organismo indipendente presieduto da Lilia Cavallari nel loro rapporto hanno così sviluppato una metodologia che permette di scomporre contributo delle riforme, fiscal drag e capacità redistributiva dell'Irpef.
Non ha aiutato di certo in questi anni la diffusione del lavoro a tempo parziale e la crescente segmentazione del mercato del lavoro per settore, tipologia contrattuale e qualifica, che hanno accentuato la dispersione delle retribuzioni lorde. La situazione, ricorda l'Upb, è stata affrontata mettendo mano all'Ipef (specialmente in due occasioni, nel 2014 e nel 2025) riducendo il prelievo sui redditi da lavoro dipendente bassi e medi. Tuttavia per i redditi più elevati il carico effettivo è aumentato, soprattutto per effetto del drenaggio fiscale legato alla mancata indicizzazione dei parametri dell'imposta.











