La vicenda di Mattia Maestri, il bambino che nel 2017 aveva sviluppato una gravissima sindrome emolitico-uremica dopo un’infezione da Escherichia coli produttore di Shiga tossina (STEC) associata al consumo di latte crudo contaminato e che è morto nei giorni scorsi dopo quasi nove anni trascorsi in stato vegetativo, riporta al centro dell’attenzione un tema che riguarda la sicurezza alimentare. Un caso rarissimo, ma che ricorda quanto sia importante conoscere le corrette modalità di consumo del latte crudo e dei prodotti che ne derivano.Per capire quando il latte crudo può rappresentare un rischio, chi dovrebbe evitarlo e perché la bollitura rimane una misura di prevenzione fondamentale, ne abbiamo parlato con la dottoressa Laura Mazzotta, medico chirurgo, specialista in Igiene e Medicina Preventiva e in Nutrizione clinica presso il Poliambulatorio AEsthe Medica di Ferrara.

Latte crudo: che cos’è e perché richiede maggiore attenzione

Il latte crudo è semplicemente latte appena munto che non è stato sottoposto alla pastorizzazione, il trattamento termico che elimina la maggior parte dei microrganismi patogeni eventualmente presenti.

«Non è un alimento pericoloso in sé», spiega la dottoressa Mazzotta. «Proprio perché non viene pastorizzato, però, mantiene inalterata la flora microbica originaria e, se contaminato, può contenere batteri capaci di provocare infezioni anche importanti». Oggi gli allevamenti sono sottoposti a rigorosi controlli veterinari e igienico-sanitari, ma nessun sistema può azzerare completamente il rischio biologico. È per questo che le autorità sanitarie continuano a raccomandare alcune semplici regole di prevenzione, soprattutto per le persone più fragili. Conoscere la differenza tra latte crudo e latte pastorizzato, sapere quando è necessario bollirlo e quali categorie dovrebbero evitarlo rappresenta ancora oggi uno dei modi più efficaci per prevenire infezioni alimentari.