Quelle del 30 e del 31 luglio sono state giornate particolarmente complesse sul piano migratorio. Si è infatti registrato l’ingresso a Ceuta, enclave spagnola in Nord Africa (che non fa parte dello spazio comune Schengen a condizioni analoghe a quelle della Spagna continentale), di circa sessantamila migranti nell’arco di sole ventiquattro ore provenienti dal Marocco.
Vero è che l'emergenza sembra sia rientrata velocemente grazie al rimpatrio concordato della copiosa ondata di persone. Ma la reazione del Governo Italiano e della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni non ha esitato nel farsi attendere con l’annuncio del ripristino dei controlli delle frontiere marittime e aeree con la Spagna. Misura definita impropriamente "sospensione dell’accordo di Schengen”. Il punto, tuttavia, al netto della propaganda che parrebbe sottendere siffatto atteggiamento intransigente, sembrerebbe un altro e di tutt’altra consistenza: posta la indiscutibile collocazione geografica di Ceuta nel Nord Africa, che utilità pratica può mai avere, nella situazione contingente, l’idea di fermare il possibile arrivo di migranti dalla Spagna attraverso il ripristino dei controlli alla frontiera con quel Paese? Tanto più allorquando, la Spagna, notoriamente, neppure confina direttamente con il nostro Paese. Intendiamoci meglio: esiste davvero, in conseguenza dei fatti di Ceuta, una minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza interna? Si tratta di una misura realmente necessaria e proporzionata? Probabilmente sembrerebbe proprio di no al netto di ogni considerazione anche solo prudenziale. E non è che sia strettamente necessario “simpatizzare” per Sanchez o per la “sinistra” in generale per apprezzare con doverosa obiettività la circostanza. Basta forse guardare una cartina geografica.










