C'è un dettaglio che, nel palazzo dove è morta la 31enne Dafne Rebaudo, ricorre nei racconti di alcuni residenti. Non le urla sentite durante la lite tra la giovane e il compagno Mohamed Trabelsi, 41 anni, tunisino, accusato ora di averla spinta nel vuoto. Quelle le hanno sentite tutti, certo. Ma a rimanere impresso è soprattutto il silenzio che avrebbe accompagnato la caduta della 31enne dalla terrazza di questo palazzo in via dell'Archeologia, a Tor Bella Monaca, circondato dalle impalcature dei lavori finanziati con i fondi del Pnrr. Saranno le indagini a chiarire cosa sia accaduto quella mattina del 13 luglio, ma la sensazione di molti inquilini è appunto che Dafne, nel momento in cui è precipitata, fosse già morta, o comunque non cosciente.

LE VOCI Il primo a ricordare bene quel silenzio è Giovanni, che vive ai piani bassi dello stabile. È lui che ci accompagna nel cortile interno del palazzo - ridotto a un cumulo di materiale da cantiere, pietre e rifiuti - ed è sempre lui ad indicarci il punto dove il corpo della giovane è stato ritrovato, un pilastro dove è ancora ben visibile una macchia di sangue: «Per essere finita quaggiù qualcuno deve averla spinta con forza». «Quella mattina, intorno alle 4.45, si sentivano persone discutere e urlare sulla terrazza - continua Giovanni - poi più tardi ho visto Dafne cadere e ricordo che non ha fatto neanche un strillo, non ha urlato, è caduta come un sacco e abbiamo sentito solo il tonfo». Da qui, la convinzione che la 31enne, nel momento di precipitare, fosse già morta o comunque non cosciente.Al piano superiore vive invece Antonia, che conosceva sia Dafne sia Trabelsi. Anche lei ricorda soprattutto quel silenzio: «Litigavano spesso e si sentiva, ma prima del tonfo non ho sentito urla». E su Dafne aggiunge: «La conoscevo, tempo fa era stata nel palazzo per un po', poi è tornata questo luglio, era qui da pochi giorni, ma l'ho vista molto peggio, aveva iniziato a farsi di eroina». Mentre sul compagno tunisino racconta: «Con lui potevi anche parlarci, non sembrava cattivo, ma nel suo appartamento era un continuo via vai». Antonia ricorda infatti che nella casa che Trabelsi aveva occupato al quinto piano «c'erano sempre africani, dormivano su materassi buttati per terra e litigavano spesso, a volte scendevano in strada e li vedevi aggredirsi a vicenda con asce o addirittura scimitarre». La donna racconta anche di aver visto Trabelsi mentre veniva portato via dagli agenti: «Era calmo, impassibile», dice, «e con lui hanno portato via anche altre due persone che si trovavano in quella casa». «Ora lì vive solo un ragazzo, anche lui straniero, che però lavora e non ha mai dato problemi- aggiunge - infatti da quel giorno qui si sta molto meglio, siamo tutti più tranquilli, c'è anche chi è tornato ad aprire la porta di casa per far entrare un po' d'aria, prima le persone erano più scettiche».IL QUINTO PIANO Dentro, il palazzo è un trionfo di intonaco scrostato, fili scoperti, porte quasi assenti. Da fuori, sembra un enorme cantiere, con qualche sassolino che ogni tanto precipita dall'alto. Nella strada di fronte, invece, è un continuo via vai di giovani in sella a scooter o monopattini, forse le "vedette" che controllano la zona di spaccio. Al quinto piano, quello dove Dafne ha passato i suoi ultimi giorni di vita, la vicina di casa conferma che in quell'appartamento «litigavano spesso». Fuori dal palazzo c'è Carlo, seduto su una panchina, che osserva i motorini fare avanti e indietro. «Qui è sempre stato così - dice sconsolato - nessuno fa niente. La situazione poi è peggiorata ulteriormente da quando al quinto piano sono arrivati il tunisino e gli altri coinquilini, con loro era il caos, si menavano in continuazione, soprattutto quando si drogavano», racconta. Anche quella notte del 13 luglio «all'una e mezza si sentiva gridare "aiuto"». Poi, continua, «da quando hanno preso lui e gli altri due, il palazzo è più tranquillo». Mentre parliamo scende la nonna di Carlo, una delle ultime persone ad aver incontrato Dafne. «L'ho vista il giorno prima della tragedia, sembrava tranquilla, non mi ha detto nulla di particolare», racconta l'anziana.Nel frattempo, lungo via dell'Archeologia, le vedette dello spaccio continuano a presidiare il territorio. Dentro, molti residenti raccontano quindi di un clima migliorato dopo il fermo di Trabelsi e degli altri due uomini che vivevano con lui. Ma tra chi era in casa quella notte resta soprattutto un ricordo: quel tonfo che, secondo alcuni, è stato preceduto solo dal silenzio.