di
Rinaldo Frignani
La 30enne è stata trovata morta all'alba del 13 luglio scorso davanti a un palazzo a Tor Bella Monaca dove viveva con l'uomo, un pusher tunisino. Il sospetto della lite sulla quale si allunga l'ombra della droga
L’ultima immagine di Dafne Rebaudo ancora in vita risale alle quattro della notte del 13 luglio scorso. La 30enne romana, ma a lungo residente a Moena, in Val di Fassa, sta salendo le scale del palazzo di via dell’Archeologia 52, nel cuore di Tor Bella Monaca. A riprenderla è una telecamera di sorveglianza che gli inquilini hanno deciso di installare da soli per monitorare la situazione in una delle «torri» del quartiere dove imperversano i pusher. Dafne porta una piccola borsa, che poi si rivelerà decisiva per le indagini sulla sua tragica fine. Perché solo un’ora più tardi il suo corpo è stato ritrovato in strada, a qualche metro dal ponteggio che circonda l’edificio per i lavori di ristrutturazione.
Qualche metro di troppo che insospettisce subito gli investigatori del commissariato Casilino Nuovo. La pista del suicidio o della caduta accidentale dall’impalcatura che arriva fino al 14° piano e quindi alla terrazza condominiale regge solo qualche ora. In realtà i poliziotti sono convinti che Dafne sia stata spinta di sotto e i sospetti si concentrano soprattutto sul compagno. Uno spacciatore tunisino di 41 anni, Mohamed Trabelsi, fermato nella giornata di venerdì per femminicidio. Ora si trova in carcere a Regina Coeli in attesa della convalida davanti al gip che nei suoi confronti potrebbe emettere una misura cautelare. La stessa telecamera — un modello che si attiva al passaggio delle persone — lo ha ripreso qualche minuto dopo Dafne mentre sta scendendo e poi salendo di nuovo, portando la stessa borsa della 30enne dove non si esclude che ci fossero i suoi documenti d’identità.










