Quelli bravi lo chiamano “grocery store tourism”, ma in soldoni è un’idea vecchia come il turismo. Invece di visitare un monumento, andare a fare il bagno o una passeggiata su un sentiero, si entra al supermercato o nel negozietto di quartiere e si spia la vita vera degli abitanti del luogo che si vuole conoscere. E da pratica per fissati del cibo, facile che questa si trasformi in una solida tendenza su Tik tok. In Asia milioni di video mostrano viaggiatori che si lanciano una sfida: mangiare soltanto nei 7-Eleven per diversi giorni. Onigiri, ramen pronti, sandwich, snack, con il minimarket che diventa una destinazione. Al netto della deriva social, questa prassi però ha un senso, perché è spesso lì che si nasconde la vita quotidiana di un Paese.

Un supermercato racconta molto più di quanto immaginiamo: racconta cosa si mangia in una sera qualsiasi. Quali sono i prodotti di stagione. Quali sapori piacciono davvero. Quali piatti pronti finiscono nel carrello quando manca il tempo di cucinare. Bastano pochi corridoi per capire un Paese, a volte più di una visita guidata.

È anche una reazione alla stanchezza del turismo da cartolina. Locali “instagrammabili”, indirizzi segreti che non lo sono più, gli stessi negozi nelle stesse vie commerciali del mondo. Sempre più viaggiatori cercano esperienze meno costruite. Il supermercato non deve dimostrare nulla. Esiste per servire chi ci vive.