Il deserto di Nazca è uno dei luoghi in cui il mondo va per guardare dall’alto tracce antichissime, immense, quasi irreali. Stavolta, però, da quell’altitudine non è rimasta soltanto la meraviglia. È rimasto soprattutto il vuoto. Un volo panoramico partito per mostrare ai turisti i celebri geoglifi del Perù si è trasformato in una tragedia che ha colpito al cuore la Brianza: due famiglie legate a Monza e Seregno sono morte nello schianto del piccolo aereo durante il rientro dall’escursione, in una vicenda che ha lasciato dietro di sé dolore, domande e una lunga scia di accertamenti ancora aperti.
Le vittime italiane erano sette. Tra loro, i brianzoli Elena Sala, Massimo Angelucci e il figlio Lorenzo Angelucci, residenti a Seregno; e poi Paolo Gianturco, la moglie Cristina Maria Bianco e i figli Pietro e Matteo Gianturco, famiglia di Monza. Sul velivolo hanno perso la vita anche altri quattro turisti europei — due spagnoli e due tedeschi — oltre al pilota Américo Salazar e alla copilota Irenka Guanilo del Carpio. Il bilancio totale è dunque di 13 morti.
Due nuclei familiari, una vacanza insieme, un destino comune
C’è un elemento che rende questa vicenda ancora più lacerante: non si tratta di persone finite casualmente nello stesso itinerario turistico, ma di due nuclei familiari che stavano condividendo un viaggio. Una partenza immaginata come esperienza da ricordare, probabilmente preparata da mesi, conclusa invece in una sequenza di minuti che nessuno, né in Perù né in Italia, avrebbe potuto ricomporre. È questo il punto più duro della tragedia: il carattere collettivo del lutto. Non una sola vita spezzata, ma intere geometrie familiari cancellate nello stesso istante.










