Nel giorno della festa della Corona del Marocco, mentre Rabat celebra la continuità della monarchia con la sua ritualità impeccabile, il Mediterraneo decide di raccontare un’altra storia. A Ceuta, in ventiquattr’ore, sono arrivati quarantanovemila migranti. Non un’orda, come piace ripetere a chi vive di slogan, ma un popolo in cammino: giovani marocchini che scappano da regioni dove la crisi economica ha divorato il futuro, ragazzi del Rif segnati da anni di tensioni sociali, famiglie del Sahel che hanno attraversato il deserto per sfuggire alle milizie jihadiste, uomini e donne dell’Africa occidentale che hanno resistito a respingimenti, violenze, notti nei boschi e giorni di attesa sulle coste. Il fatto che siano persone che arrivano proprio mentre il Marocco celebra la sua stabilità è una di quelle ironie che spesso la politica preferisce non vedere.

La reazione europea, invece, è il solito copione: l’Italia che chiede la militarizzazione delle frontiere, la sospensione di Schengen, l’Europa che si agita come se il Mediterraneo fosse un rubinetto da chiudere e non un mare che racconta la verità del mondo. È la liturgia della paura, la stessa che si ripete da anni: si invoca l’emergenza per non affrontare le cause, si parla di sicurezza per non parlare di responsabilità, si costruisce un nemico per non guardare in faccia la realtà ovvero che queste quarantanovemila persone non sono un incidente, ma il sintomo di un continente che non vuole più ascoltare ciò che accade a sud.