di
Alessandra Muglia
«Sono di Marrakech. Lo so che vi attira, ma viverci è diverso. Noi sogniamo la libertà»
DALLA NOSTRA INVIATACEUTA - Il ritmo delle onde del Mediterraneo toglie il fiato, ma quando i piedi affondano finalmente nella sabbia di Ceuta, il corpo dimentica la fatica. Mahdi ha appena toccato terra. È spuntato dall’acqua come un fantasma, con i vestiti zuppi che gli si incollano addosso sotto il sole che picchia ancora forte, anche se sono già le 7 di sera. Indossa una simil-Lacoste e un paio di pantaloni bianchi ormai rigati dalla salsedine. Ansima ancora, il petto si alza e si abbassa a un ritmo frenetico, mentre i polmoni bruciano per lo sforzo dell’ultima nuotata. Eppure, non si tira indietro. Nei suoi occhi non c’è il vuoto della resa, ma una disperata voglia di parlare, di testimoniare. «Avevo già provato a venire qui due giorni fa, ma mi hanno bloccato in mare», dice, la voce ancora impastata dal sale. Le sue parole risuonano sulla spiaggia sabbiosa del Tarajal, un luogo surreale dove i simboli della normalità estiva, come gli ombrelloni di paglia, coesistono con mucchi di scarpe, bottiglie di plastica e qualche salvagente, i relitti silenziosi degli approdi.
La prima fila sul bagnasciuga non è fatta di bagnanti, ma da un cordone di soldati dell’esercito spagnolo, affiancati dagli agenti della Guardia Civil. Sventolando i bastoni d’ordinanza, i militari cercano di dissuadere gli approdi, sbarrando il passo a chiunque tenti di calpestare il suolo europeo. Mahdi, muovendosi con la rapidità di chi non ha nulla da perdere, calcola il tempo tra le onde e si infila con destrezza tra uno schieramento e l’altro prima che la morsa si chiuda.













