Da destra, Sara Di Vita e la madre Antonella Di Ielsi, uccise con la ricina, in foto con il padre e la sorella sopravvissutiCampobasso – Sette mesi, duecento testimonianze, settanta reperti alimentari sequestrati. E gli specialisti di Berlino arrivati fin qui due volte. Risultato: zero nomi nel registro degli indagati. A Pietracatella, piccolo comune del Molise, l’inchiesta sull’avvelenamento da ricina che ha ucciso a Natale Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia Sara Di Vita, 15 anni, continua a colorarsi di un denso giallo.

Le operazioni per cercare tracce della ricina che ha ucciso la quindicenne Sara Di Vita e sua madre Antonella Di Ielsi nella casa di famiglia a Pietracatella

La procuratrice di Larino, Elvira Antonelli, la chiama un ‘grandissimo puzzle’, destinato a sciogliersi solo quando ogni tessera sarà arrivata a destinazione. Giovedì 30 luglio, la giornata più attesa delle ultime settimane. Gli esperti del Robert Koch-Institut, capaci di rilevare tracce di ricina anche a mesi di distanza, finanche nei sifoni di casa, sono tornati fino a sera nell’abitazione di via Risorgimento, sequestrata da sette mesi, a caccia di residui su mobili, superfici, indumenti, e di ogni traccia del Ricinus communis, la pianta da cui si estrae il micidiale veleno. Non un blitz isolato, ma un tassello di un accertamento che proseguirà nelle prossime settimane: capire in quale cibo o bevanda fosse il veleno, e immaginare chi lo abbia potuto portare in casa. I campioni raccolti nel sopralluogo non verranno analizzati sul posto: prenderanno, come gli altri già analizzati, la via di Berlino, dove saranno processati nei laboratori del Robert Koch-Institut. Per i risultati definitivi occorreranno però settimane, tempi tecnici che allungano ulteriormente un’attesa già logorante.