Un volto in una folla non è mai soltanto un volto. È una presenza, un passaggio, una traccia. Ma quando quello stesso volto viene trasformato in un dato, confrontato in tempo reale con una banca di riferimento e associato a un allarme di sicurezza, il confine tra prevenzione e controllo si assottiglia fino quasi a sparire. È su questa linea, sottilissima e altamente sensibile, che il governo Giorgia Meloni si prepara a muovere un passo destinato a pesare ben oltre il perimetro tecnico del digitale.

Il punto è uno schema di decreto legislativo approvato in via preliminare dal Consiglio dei ministri il 10 giugno 2026, nell’ambito dell’attuazione italiana del regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, il cosiddetto AI Act. Il provvedimento, che nasce dalla delega contenuta nella legge 23 settembre 2025, n. 132, disciplina tra le altre cose l’uso dei sistemi di identificazione biometrica remota in tempo reale e del riconoscimento facciale a posteriori da parte delle forze di polizia e nel procedimento penale.

La maggioranza rivendica un impianto di garanzie e respinge l’idea di una deriva da sorveglianza generalizzata. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha sostenuto che il testo non introduce alcun “Grande Fratello” e che resta vietato l’uso di grandi banche dati biometriche; il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha insistito sul controllo della magistratura e sulla necessità di circoscrivere l’impiego dei rilievi biometrici ai casi previsti. Ma il nodo politico non si scioglie qui, perché il punto contestato non è soltanto se vi siano garanzie, bensì se esse siano sufficienti e, soprattutto, se coincidano davvero con il quadro europeo che l’Italia dice di voler attuare.