Aggiungi come fonte la Gazzetta del Sud

Una figura centrale, di assoluto rilievo, nella spartizione degli appalti boschivi tra i clan di 'ndrangheta attivi in un vasto territorio, ovvero quello compreso tra le Preserre Catanzaresi e l’area del Vibonese che dall’Angitolano arriva quasi fino alle Serre. Un boss imprenditore, che avrebbe esteso i suoi interessi in molti grossi lavori realizzati nella zona di Pizzo, imponendo subappalti e forniture di ditte a lui vicine. Ma anche un mammasantissima a cui, nella sua area di influenza, tutti, dall’imprenditore al pastore, avrebbero riconosciuto un’autorità mafiosa «dotata del potere di ripristinare l’ordine sociale».

È in questi termini che la figura di Rocco Anello viene descritta nelle quasi 500 pagine di motivazioni della sentenza d'appello (troncone abbreviato) del processo scaturito dall'inchiesta "Imponimento" condotta dalla Dda di Catanzaro nell’estate del 2020. Il boss di Filadelfia è stato condannato a 20 anni di reclusione in primo e secondo grado e, tra le valutazioni sui singoli capi d’accusa messe nero su bianco dai giudici della Corte d'Appello di Catanzaro (presidente Loredana De Franco, a latere Giancarlo Bianchi e Ippolita Luzzo), si rintracciano alcuni elementi che delineano contorni significativi della figura di Anello.