Basta pronunciare il proprio nome. Non occorrono urla, armi mostrate o minacce esplicite. È in una conversazione con un pastore che, secondo i giudici, si condensa la figura criminale di Rocco Anello e il potere pressoché assoluto esercitato sul territorio di Filadelfia. L’uomo si era opposto allo sversamento di materiale su un terreno utilizzato per il pascolo e aveva prospettato l’intervento dei carabinieri. Anello si presentò: “E io sono Rocco Anello”. Poi l’avvertimento: prima di parlare di denunce, sarebbe stato opportuno informarsi su chi si aveva davanti. Per la Corte d’Appello di Catanzaro, “la spendita del proprio nome da parte di Anello, accompagnata dalla frase ‘prima vi informate chi sono i cristiani e dopo dite che andate a denunciare’, rappresenta un chiaro messaggio implicito di minaccia“.

Una minaccia immediatamente compresa dal pastore, che abbandonò i propositi di denuncia e finì per chiedere ad Anello perché non fosse intervenuto quando gli erano stati rubati alcuni animali. Un passaggio che, scrivono i magistrati, equivale al riconoscimento di Anello quale “autorità mafiosa dotata del potere di ripristinare l’ordine sociale“. Una condotta – si legge nelle motivazioni della sentenza di appello del filone abbreviato del maxi processo Imponimento – aggravata dall’utilizzo del metodo mafioso, essendo consistita nell’esplicita evocazione del potere della cosca”. È anche su episodi come questo che la Prima sezione penale della Corte d’Appello di Catanzaro, presieduta da Loredana De Franco, ha confermato la condanna a 20 anni di reclusione per Rocco Anello, ritenuto l’indiscusso boss di Filadelfia.