ERACLEA (VENEZIA) - Aveva conquistato «un’indiscussa supremazia nel settore edile, attraverso il costante ricorso all’intimidazione», perché non aveva remore a «fare la guerra, terra bruciata, e non a chiacchiere». A tutti i suoi uomini ricordava di presentarsi come «i Casalesi di Eraclea», «a riprova della notorietà che quel “brand” aveva raggiunto».

E a lui si rivolgeva chi avesse dovuto riscuotere crediti, sanare controversie, perché «si era sostituito allo Stato, cioè era il boss quello che comandava il paese». Minacce, ritorsioni armate, legami conclamati con le altre organizzazioni criminali, con la politica locale, persino con elementi delle forze dell’ordine e, quando tutto questo non bastava, metteva la sua stessa persona, il suo nome, in prima linea: «Informati di chi sono: io sono Luciano Donadio, io ti sparo in bocca». In quasi 3.400 pagine di sentenza la cCorte d’appello presieduta da Marina Ventura rievoca i casi, ripercorre le intercettazioni, riavvolge il filo di due decenni vissuti tra il famigerato punto Snai di Eraclea e l’ufficio sul retro del capannone, e spiega perché ha capovolto la sentenza di primo grado: quella del Veneto orientale era mafia, ne usava i metodi, se ne sentivano gli effetti.