Pubblicato il: 29/07/2026 – 18:41

di Giorgio Curcio

LAMEZIA TERME Bastava il nome. «E io sono Rocco Anello». Una presentazione che, secondo i giudici, non serviva soltanto a dire al proprio interlocutore chi avesse davanti, ma a fargli comprendere con chi avesse a che fare. E soprattutto a convincerlo a non chiamare i carabinieri. È uno degli episodi attraverso i quali la Corte d’Appello di Catanzaro ricostruisce il potere attribuito a Rocco Anello, indicato nelle motivazioni della sentenza del processo abbreviato “Imponimento” come il «capo assoluto» dell’omonima cosca di Filadelfia. Per il 65enne è stata confermata la condanna a 20 anni di reclusione, la pena più alta tra quelle inflitte nel procedimento. Una condanna rimasta invariata anche se i giudici di secondo grado lo hanno assolto da una parte delle contestazioni. Restano però in piedi, per la Corte, l’impianto associativo, il ruolo di vertice e una lunga serie di reati-fine attraverso i quali il gruppo avrebbe esercitato il proprio controllo sulle attività economiche e sul territorio.

«Voi lo sapete chi sono i cristiani?»

La scena ormai divenuta quasi simbolica negli ultimi anni risale al 10 aprile 2017. Rocco Anello, insieme a Daniele Prestanicola e a un’altra persona, raggiunge un terreno utilizzato da Pietro Cannella per il pascolo degli animali. Il pastore si era opposto allo sversamento di materiali di risulta e aveva manifestato l’intenzione di rivolgersi alle forze dell’ordine. Anello gli spiega che il conferimento sarebbe stato autorizzato dal proprietario del fondo. Poi gli contesta la minaccia di chiamare i carabinieri: «Voi lo sapete chi sono i cristiani prima di parlare?». Quando Cannella gli chiede di presentarsi, arriva la risposta: «E io sono Rocco Anello». E subito dopo l’avvertimento: «Prima vi informate chi sono i cristiani e dopo dite che andate a denunciare». Per la difesa si sarebbe trattato di una conversazione priva di un’effettiva carica intimidatoria. Anello avrebbe semplicemente spiegato che il pastore non era il proprietario del terreno e non aveva titolo per impedire lo sversamento. La Corte, invece, la pensa in maniere opposta. Già perché la sola pronuncia del nome, accompagnata dall’invito a informarsi sull’identità dei propri interlocutori, viene definita un «chiaro messaggio implicito di minaccia». Un messaggio che avrebbe prodotto immediatamente il risultato sperato: Cannella abbandona l’intenzione di denunciare e domanda ad Anello perché non fosse intervenuto quando gli erano stati rubati alcuni animali. Una richiesta che, per i giudici, equivaleva al riconoscimento di una «autorità mafiosa» alla quale rivolgersi per ottenere protezione e ristabilire l’ordine. La condotta è stata pertanto ritenuta aggravata dal metodo mafioso, perché fondata sull’evocazione del potere della cosca.