Da una condanna a quattro anni e dieci mesi di reclusione, accompagnata da una multa di 62mila euro, all’assoluzione piena “per non avere commesso il fatto”. È uno dei ribaltamenti più significativi contenuti nella sentenza d’appello del filone abbreviato del processo Imponimento. Protagonista è l’avvocato e imprenditore vibonese Vincenzo Renda, socio e direttore tecnico della Genco Carmela & Figli srl, committente dei lavori per la realizzazione del Galia Resort di Pizzo. Renda, difeso dall’avvocato Diego Brancia del Foro di Vibo Valentia insieme all’avvocato Francesco Gambardella, era stato condannato in primo grado per i reati ambientali contestati ai capi 97 e 98.
La sua posizione presentava un evidente cortocircuito processuale: Renda, infatti, era la persona offesa della condotta estorsiva contestata a Rocco Anello al capo 3, relativa proprio all’imposizione delle imprese nel cantiere del Galia Resort. Era dunque considerato vittima delle pressioni mafiose esercitate per condizionare l’assegnazione e l’esecuzione dei lavori e, nello stesso tempo, era stato condannato come concorrente degli uomini che quelle pressioni avevano esercitato nei reati ambientali legati allo smaltimento dei materiali. È questa contraddizione che la difesa ha posto al centro dell’appello e che la Corte ha risolto escludendo qualsiasi partecipazione consapevole dell’avvocato-imprenditore. Renda non fu un concorrente consapevole nei reati ambientali, ma la persona offesa delle pressioni mafiose esercitate per condizionare l’assegnazione dei lavori.







