“Nudo il pesce, nudo chi lo piglia, ricco chi lo porta via”. Massimo Boscolo cita il nonno mentre pulisce con mani spesse i cefali pescati all'alba. Il sole nella Sacca di Scardovari, dove il Po finisce nell'Adriatico, incendia il cielo di quel rosso vivo che fa impazzire i fotografi sui social. E per la gioia dello scatto ci sono circa duecento cavane, i capanni di legno sospesi sull'acqua, che disegnano questa laguna. Ma è proprio qui dentro, in questo precario equilibrio di palafitte, che si sta giocando il futuro economico e l'identità stessa del Polesine.
Massimo, quarantun anni di pesca alle spalle, è il pioniere di un cambiamento da queste parti. Il suo ristoro ittico, battezzato Il Poeta in onore del padre, è la prima cavana – ne sono poi arrivate altre due - ad aver completato un’odissea burocratica durata due anni per trasformare un ricovero di reti in un piccolo ristorante dedicato alla gastronomia lagunare. Un percorso reso possibile da un decreto della regione Veneto che permette ai pescatori di somministrare fino a 1500 pasti e 1500 spuntini all'anno. Un’integrazione al reddito, non un’attività sostitutiva: per legge si deve rimanere pescatori, soci del Consorzio e legati alla cooperativa.










