"Soffici l’infame" scriveva Dino Campana in una lettera al vetriolo datata 1916, quando i Canti Orfici erano già stati pubblicati. Il motivo era noto: il poeta di Marradi non aveva mai perdonato ai direttori del Lacerba di aver perduto il manoscritto de Il più lungo giorno, l’antesignano dei Canti che lui stesso gli aveva consegnato nel 1913. Uno struggimento che sarà deleterio per la salute mentale di Campana, già nevrastenico e che rimarrà internato fino alla morte nel manicomio di Castelpulci, nel comune di Scandicci.
La leggenda vuole che quella fosse l’unica edizione dei Canti e che Campana li abbia riscritti tutti a memoria. Una storia che oggi sembra impossibile, anche se fu lo stesso poeta a propagarla. Ma quello che oggi interessa è il mistero sul manoscritto de Il più lungo giorno, che fu smarrito da Ardengo Soffici durante un trasloco e ritrovato solo nel 1971, sette anni dopo la sua morte, con il poeta fiorentino Mario Luzi che ne dette notizia per primo sul Corriere della Sera. Oggi quel manoscritto si trova alla Biblioteca Marucelliana di Firenze.
Ma il ricercatore Giovanni Cavagnini ha scoperto che Soffici in realtà quel manoscritto lo teneva nella sua libreria e neanche nascosto. Nell’antologia Italian Authors Of Today di Peter Michael Riccio pubblicata nel 1938 a New York c’è un intero capitolo dedicato al poeta di Marradi. E di Dino Campana Riccio ne parlò proprio con Soffici, ospite nella sua villa a Poggio a Caiano, forse già nel 1927, anno in cui Campana era ancora in vita (sarebbe morto nel 1932). Se questo fosse confermato, allora il poeta avrebbe potuto ottenere indietro quel libricino tanto agognato.









