Ogni mattina, salendo le scale della redazione del Carlino, in piazza Cavour, lo sguardo cade sulla targa in ottone. "In ricordo di Silvano Cardellini". I ragazzi che negli ultimi vent’anni hanno varcato quella porta non hanno mai chiesto chi era Silvano Cardellini. Lo hanno respirato tra le pareti della redazione. Non sanno che la stanzetta in fondo a sinistra era il suo rifugio, un ammasso di cartelline, giornali vecchi, libri accatastati, ritagli di articoli, e il portacenere carico di sigarette, quelle sottili, a cui aveva rinunciato negli ultimi anni. Una sofferenza. Per lui e per chi, lavorandogli affianco, aveva dovuto patire la sua astinenza dal tabacco. Nando Piccari, per sfotterlo, chiamava quell’ufficio fumoso ’lo sgabuzzino dei pensieri futili’. Per i colleghi, guardinghi ad avvicinarsi nei giorni di garbino, era una sorta di tempio. E Silvano il suo custode.
Solitamente il ricordo di chi se n’è andato diventa il pretesto per parlarsi addosso. E’ successo anche con Silvano Cardellini, in quel 29 luglio del 2006, quando la stanza in fondo a sinistra è rimasta vuota. Vorremmo evitarlo anche oggi, a vent’anni dalla sua morte. Per onorare la memoria di un uomo schivo, che detestava chi si prendeva troppo sul serio e chi, avrebbe detto, voleva fare il fenomeno. Lui, che fenomeno lo era davvero, ma preferiva il dietro le quinte. L’allora caposervizio del Carlino Rimini, Pier Luigi Martelli, scrisse che Silvano "avrebbe potuto dirigere qualunque giornale, ma aveva scelto di rimanere qui". Affacciato su piazza Cavour. Ai piani alti, quando lavorava per l’Associazione industriali, e qualche metro più sotto, a martellare i tasti di una vecchia Olivetti. Come la prima volta in cui, giovane universitario incerto se fare il giornalista o il magistrato, lo vidi in redazione. L’aspetto burbero, i capelli arruffati, la sigaretta incollata alle dita. Gli occhi però lo tradivano. Erano dolci, in contrasto con la corazza che indossano tutti i timidi.









