Maestro di giornalismo e di misura, ha insegnato il mestiere a una generazione di cronisti calabresi e lucani. E a noi ha insegnato a fare gli editori.

Oggi diciamo addio a Ennio Simeone, e per noi due queste parole hanno un peso che va oltre il cordoglio. Ennio è stato il nostro direttore. Non uno dei direttori: il direttore. Quello che ci ha insegnato che cosa significa fare un giornale, e che cosa significa esserne gli editori.

Arrivò in Calabria alla fine degli anni Novanta per una di quelle circostanze che sembrano scritte da un romanziere. Aveva appena raggiunto la pensione, dopo oltre quarant’anni di mestiere cominciati da ragazzo ad Avellino, come corrispondente, e culminati alla direzione di testate importanti del gruppo Espresso, l’Alto Adige e il Tirreno. Un mese dopo, il principe Carlo Caracciolo gli propose di non fermarsi: c’era una regione difficile e affamata di buona informazione, c’era un giovane giornale indipendente nato in un garage alle porte di Cosenza, c’era da costruire. Ennio disse di sì. Andò in pensione, come avrebbe detto qualcuno che lo conosceva bene, soltanto sulla carta.

Con lui alla guida, il Quotidiano decollò. Portò in Calabria il rigore delle grandi redazioni in cui era cresciuto e lo mise al servizio di una terra che i giornali nazionali raccontavano quasi soltanto per le sue ferite. Pretendeva la verifica, l’esattezza, il rispetto del lettore. Non alzava la voce: non ne aveva bisogno. La sua autorevolezza stava nella competenza e in una serietà che non conosceva scorciatoie. Nel 2002 volle con noi la sfida della Basilicata, e anche lì il metodo fu lo stesso: radicamento nel territorio, cronaca vera, schiena dritta.