È appena uscito il nuovo romanzo di Gioacchino Criaco, Dove canta il cuculo, ed è già un caleidoscopio d’appuntamenti lungo tutto lo stivale che lasciano ben sperare. Un cambio di passo editoriale (dai tipi di Feltrinelli a Piemme di Mondadori) per un sequel, a distanza di quasi vent’anni dalla pubblicazione di Anime Nere, il suo primo romanzo che l’ha consacrato al successo narrativo e cinematografico, con i suoi nove David di Donatello.

Scrittore calabrese, in connessione sentimentale con Alvaro e Strati, Criaco mette al centro delle sue narrazioni il cuore dell’Aspromonte, Africo, soprattutto Africo vecchio, nel cuore d’una montagna spietata dove il tempo sembra essere sospeso e dove ancora si parla il greco antico di Omero, più grecìa della Grecia stessa, la Bovesìa. Una montagna vittima d’un equivoco linguistico: non aspra dall’asper latino, semmai bianca, lucente (dal greco aspròs), d’una luminosità senza pari. Una favola nera che si snoda tra delitti di sangue e identità territoriale, accattivante sin dal titolo che rimanda ad un uccello migratore dal suono onomatopeico, “un falco travestito da colomba”, novello bullo e parassita giacché la femmina non costruisce un nido suo ma depone le uova in un nido altrui, dopo averne buttato giù gli abitanti legittimi. Una lunga tradizione letteraria quella del cuculo, dalle Favole di Esopo a Cime tempestose di Emily Brontë, dove l’uccello viene paragonato a Heathcliff, protagonista e antagonista al tempo stesso, come qui Salvo Pizzi, re del biologico dalla doppia vita e capo dei capi perché “se la ‘ndrangheta mi volesse morto sarei il primo a saperlo, visto che la comando”. Anche Gino, l’altro protagonista del romanzo, abita un nido che non è suo per un inganno sin dalla nascita e, come Criaco svelerà sul finire, qui di inganno a tutto tondo si tratta.