Viene considerato l’ultimo grande movimento della letteratura italiana: nel 1996 l’antologia Gioventù cannibale, curata da Daniele Brolli, con le sue storie di alienazione, sadismo e autodistruzione, deflagra nel panorama editoriale, moltiplicando le possibilità di ciò che era lecito raccontare. Tra gli autori ci sono Aldo Nove, Niccolò Ammaniti, Daniele Luttazzi, Andrea G. Pinketts e a pubblicarla è la collana Stile Libero di Einaudi, nata solo un anno prima dalla visione congiunta di Paolo Repetti e Severino Cesari. Con Repetti torniamo a quel momento speciale, per riflettere su ciò che rivela oggi, a trent’anni di distanza, di noi e delle storie che ci raccontiamo.
Cosa vi colpì di quei testi?
“La sensazione che abbiamo provato leggendo i due libri da cui è nato tutto, Woobinda di Aldo Nove (il Saggiatore) e Fango di Ammaniti (Einaudi), fu fortissima. C’era qualcosa di diverso. Ammaniti univa horror e commedia all’italiana, Nove arrivava dalla poesia e scriveva piccoli racconti con protagonisti annichiliti”.
Fece rumore il tipo di violenza che veniva raccontata.
“La violenza c’è sempre stata nei libri. Ma qui veniva innestata in un’estetica nuova: gratuita, eccessiva, paradossale, dentro una specie di umorismo debitore del pulp di Tarantino. Era come se l’enciclopedia di riferimento di quegli scrittori si fosse allargata: pubblicità, televisione, fumetto, serie tv. I cannibali sono stati bravi a trasformare tutto questo materiale in una poetica”.









