Andrea Molesini nel suo ultimo romanzo da poco uscito per Sellerio, La macina della risacca, incontra la malinconia, il dolore del tempo che non lascia scampo, il rimpianto sottile e l’amore silenzioso, toccando vertici di lirismo cui non ci aveva mai abituato, nonostante la sua prosa sia da sempre capace d’incantare.
Tutto questo accade probabilmente perché per la prima volta lo scrittore veneziano attinge in modo abbastanza fedele alla sua propria vita raccontando di suo padre, ex ufficiale di Marina, nei suoi ultimi giorni di vita trascorsi all’Ospedale al mare di Venezia, al Lido, lì dove la macina della risacca non abbandona chi sa ascoltare. “Poi mio padre aggiunse: mi piace tanto ascoltare la risacca, chissà se nella morte ci portiamo appresso qualche briciola di quel che abbiamo amato in vita”.
Il romanzo è tutto un avvicinamento a quell’altrove che tutti temiamo, fatto invero attraverso racconti di vita – anche estremi – quali sono quelli di guerra: la vitalità è massima in chi vuole far salva la pelle o sconfiggere qualcuno. Babbo Rolli, così lo chiama il figlio Andrea, ricostruisce per il figlio quegli anni della sua storia personale e della Storia d’Italia, sconfessando teorie e riscritture di chi non ha vissuto e ha forse incasellato fatti. Dalle lotte partigiane alla spilla da balia con cui fermare la gonna della Petacci a Piazzale Loreto, ritroviamo quel Molesini de I bastardi non sono di Vienna, di Presagio o de La primavera del lupo, cioè un narratore dei grandi meccanismi umani che si compongono di fatti piccoli, di umane debolezze e desideri, insieme al Molesini più ammorbidito di Dove un’ombra sconsolata mi cerca, Non si uccide di martedì o de Il Rogo della Repubblica, in cui lascia emergere le fragilità umane, i sentimenti d’amore, una spossata dolcezza che scappa fuori dalla penna quasi per errore e incanta.











