L’agroalimentare italiano si conferma uno dei principali motori dell’economia nazionale e uno degli asset strategici del Made in Italy. La crescita dell’export continua a trainarne lo sviluppo, ma la competitività si misura oggi sempre più nella capacità di integrare innovazione, sostenibilità e valorizzazione delle produzioni territoriali. I numeri confermano la forza del comparto. Secondo Cerved, lo scorso anno le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto i 73,3 miliardi di euro, pari al 32,6% del fatturato, in crescita significativa rispetto al 24,8% del 2016. I comparti più orientati all’estero – tra cui riso, oli e grassi, vino, pasta e prodotti da forno – hanno mostrato anche le migliori performance in termini di crescita e capacità di difesa dei margini.
I principali mercati di destinazione sono Germania, Francia e Stati Uniti, che assorbono circa il 37% dell’export, seguiti da Regno Unito e Spagna. Sempre secondo dati Cerved, l’agroalimentare italiano genera oltre 196 miliardi di euro di fatturato, riunisce più di 708 mila imprese e dà lavoro a circa 1,3 milioni di addetti. Dietro questi numeri emerge però una filiera fortemente polarizzata: le attività a monte – agricoltura, allevamento e prima trasformazione – rappresentano oltre la metà delle imprese ma producono meno del 6% del fatturato complessivo, mentre l’industria alimentare e delle bevande concentra gran parte del valore economico pur contando un numero molto più contenuto di aziende. Una configurazione che rende sempre più decisiva la capacità di integrare produzione agricola, trasformazione industriale, logistica e presenza sui mercati internazionali.







