L'ultimo commissario tecnico a trionfare sulla panchina azzurra, quello più discusso e criticato quando - e per il modo in cui - salutò. Porta con sé dolci ricordi e ancora vivi rancori il ritorno in nazionale di Roberto Mancini, chiamato dal presidente federale Giovanni Malagò dopo giorni turbolenti. Le grandi notti di Wembley a Euro2020 (giocato nel 2021 causa pandemia) e il record di 37 partite consecutive da imbattuti (scippato in dalla Spagna appena dieci giorni fa) sono offuscati dalla mancata qualificazione ai Mondiali di Qatar 2022 - sconfitta dalla Macedonia del Nord con un gol nel recupero nelle semifinali playoff a Palermo - e soprattutto dal brusco addio del 2023, quando il ct di Jesi rassegnò le dimissioni poco prima di Ferragosto.
Roberto Mancini
"Una scelta personale", scrisse su Instagram Mancini, che subito dopo firmò un contratto plurimilionario come ct dell'Arabia Saudita. Emersero poi - veri o scuse che fossero - i dissapori col presidente federale di allora, Gabriele Gravina, accusato di avergli cambiato i collaboratori dello staff. "Non c'era più fiducia in me", disse, negando che la scelta fosse legata a "un accordo già raggiunto" con Riad. Di due settimane dopo l'annuncio della sua nomina a nuovo ct della nazionale saudita, per 25 milioni di euro a stagione. Stipendio che, da retroscena che circolarono nei giorni successivi alle dimissioni, fu uno dei punti che portarono alla rottura con l'Italia, con il tecnico che aveva chiesto un aumento negatogli da Gravina.










