Sul Mezzogiorno esiste una teoria consolatoria. Se qualcosa non funziona, la responsabilità è sempre altrove. Roma, il Nord, lo Stato, l’Europa. Qualcuno, comunque, abbastanza lontano da non dover rispondere al prossimo Consiglio regionale. È anche per questo che raccontare l’autonomia differenziata come un bancomat ai danni del Sud convince poco. Il timore che i divari si allarghino è serio. Ma il Sud va protetto dai divari, non dalla responsabilità. L’autonomia non significa che lo Stato chiuda i rubinetti e lasci ogni Regione sola con ciò che raccoglie. Significa trasferire specifiche funzioni insieme alle risorse necessarie per esercitarle, dentro una cornice nazionale che continui a garantire diritti e livelli essenziali. La Corte costituzionale ha chiarito che non si trasferiscono in blocco intere materie e che ogni attribuzione deve essere giustificata secondo sussidiarietà. Tradotto dal costituzionalese, il principio è semplice. Decidere più vicino ai cittadini deve servire a decidere meglio. E soprattutto a sapere chi ha deciso.

Il presidente della Regione Puglia ha parlato di «secessione a rate». È una posizione seria. Ma il Mezzogiorno dovrebbe rivolgere una domanda anche a se stesso. Quante volte il problema non è stato ricevere poco, ma scegliere male? Una Regione può avere risorse e trasformarle in sviluppo. Può anche spenderle tutte e lasciare il territorio dov’era. Nei trasporti lo sappiamo bene. Si possono finanziare sistemi che si sovrappongono invece di integrarsi, inseguire l’opera nuova dimenticando una ferrovia esistente, moltiplicare progetti senza costruire un vero modello di mobilità.