La tesi non è nuova in assoluto ma non per questo priva di contenuto. Per Svimez, il Pnrr resta lo spartiacque tra il presente e l’immediato futuro del Sud in termini di crescita. Il rischio che il décalage degli interventi del Piano freni la cresciuta del Mezzogiorno era già indicato nel Rapporto 2025 e viene ribadito ieri dall’aggiornamento estivo delle previsioni annuali dell’Associazione. Si passerebbe in sostanza dal +0,8% previsto nel 2026, quarto anno consecutivo di crescita superiore al resto del Paese (+0,7% il Centro-Nord) ad un più modesto +0,4% del 2027 che comunque sarebbe di fatto allineato sia al dato medio nazionale (+0,5%) sia a quello ipotizzato per le altre aree del Paese. La differenza, appunto, sarebbe da collegare all’esaurimento degli investimenti del Pnrr che secondo i calcoli Svimez toccheranno nell’anno in corso, l’ultimo del Piano, i 9,3 miliardi di euro, tre in più rispetto al 2025, di cui circa la metà destinati alle opere pubbliche (non a caso è il settore delle costruzioni il più performante: +6,2% al Sud, il doppio rispetto al 2025, mentre nel Centro-Nord si attesterà al +4,6%).
LO SCENARIOPer Svimez il Pnrr ha fatto bene al Sud sia in termini di stock di capitale che di produttività oraria e rispetto al Superbonus ha determinato una prospettiva di crescita strutturale più solida e duratura. Non siamo ancora però al superamento della crescita di «zero virgola» dei primi due decenni del millennio anche se «pone il sentiero di sviluppo del Paese su un livello più elevato, soprattutto evitando un nuovo ampliamento del divario territoriale». Insomma, la tesi è di una crescita ancora debole anche se nel ragionamento non sono valutati altri due fattori che proprio sul piano degli investimenti sembrano invece poter compensare, almeno in parte, la fine delle risorse straordinarie del Next Generation Eu, come opportunamente sottolinea anche il sottosegretario al Sud Luigi Sbarra. E cioè, la spinta della Zes unica (e i 60 miliardi di sostegno messi in campo da Intesa Sanpaolo sono un segnale eloquente di fiducia verso questo strumento) e le risorse ordinarie, europee e nazionali, della Politica di Coesione che al Sud sfiorano i 100 miliardi per i prossimi 4 anni. Due voci, in realtà, tutt’altro che trascurabili in uno scenario che, sottolinea la stessa Svimez, deve comunque fare i conti con la bassa crescita complessiva prevista per il Paese nel 2027 e con una serie di incognite sempre più imprevedibili, a partire dal peso dell’inflazione sui consumi. Di sicuro, il Sud era e resterà decisivo per le sorti nazionali e i segnali emersi anche nel 2026 lo dimostrano ampiamente, come del resto era stato documentato anche dagli altri osservatori dell’economia meridionale, da «Verso Sud» di Ambrosetti al più recente «Check Up Mezzogiorno» di Srm e Confindustria. Lo scenario potrebbe cambiare l’anno prossimo, quando la fine dell’effetto Pnrr rischia di far perdere slancio anche al processo di accumulazione della ricchezza delle famiglie: nel senso, secondo Svimez, che pur crescendo, la spesa delle famiglie meridionali sarà più bassa, con «il potere d’acquisto frenato dalla debolezza delle retribuzioni unitarie e dalla lentezza del processo disinflattivo, più marcato nel Sud». LE STRATEGIE«Nessun allarmismo – frena Sbarra - per la fine del Pnrr. Il Governo ha tutti gli strumenti per rafforzare la traiettoria già avviata con l’obiettivo di migliorare ulteriormente le prospettive di crescita economica e occupazione nel Sud». La crescita, spiega, resta un dato di fatto, trainata non solo «dagli investimenti del Pnrr ma anche dalla vivacità imprenditoriale del Mezzogiorno come testimoniano le oltre 11.100 nuove imprese nel secondo trimestre del 2026, pari a un terzo del totale nazionale con il conseguente aumento dell’occupazione». Numeri che, secondo Sbarra, riflettono l’impegno del Governo «che sta accompagnando questo percorso con misure mirate, e cioè incentivi alle imprese, investimenti sulle infrastrutture materiali e immateriali, semplificazioni amministrative, agevolazioni per l’occupazione, detassazione della contrattazione, interventi questi che possano favorire il consolidamento e rafforzamento strutturale del Mezzogiorno anche nella fase post Pnrr», grazie anche come detto alla leva Zes. In linea con Sbarra Daniela Fumarola, segretaria generale della Cisl secondo cui i dati 2026 confermano «quanto gli investimenti pubblici rappresentino una leva decisiva per ridurre i divari territoriali e rafforzare la competitività nazionale». Di qui la necessità dal 2027 di «non interrompere questo percorso. Occorre consolidare l’eredità positiva del Piano, rafforzando gli investimenti e dando continuità alle politiche di sviluppo». Decisamente all’opposto, invece, il ragionamento del leader della Uil Campania Giovanni Sgambati, secondo cui l’analisi Svimez «consegna una spietata smentita a una narrazione trionfalistica del Mezzogiorno», ancora incapace di crescere da solo.










