La stagione del PNRR volge al termine. È tempo di bilanci. Attribuire esclusivamente al Piano la crescita registrata nel Mezzogiorno dopo la pandemia sarebbe fuorviante. Lo sarebbe anche sostenere, però, che in sua assenza quella crescita avrebbe avuto la stessa intensità.

La questione, dunque, è comprendere in quale misura il PNRR abbia inciso sullo sviluppo meridionale. Ancor più, quali indicazioni offra per il futuro in una fase in cui il Sud deve valorizzare la propria posizione nel Mediterraneo.

Partiamo dai dati: il contributo aggiuntivo in termini di PIL pro capite (3,3% contro l’1,2% del Centro-Nord) e di occupazione (2,2% contro l’1,2%) è stato rilevante. Lo è stato anche quello che è servito a completare infrastrutture strategiche, come l’alta velocità Napoli-Bari destinata a integrarsi nel corridoio Scandinavo-Mediterraneo. E ancora: il sostegno alla PA digitale, alle tecnologie emergenti e alla transizione energetica.

Nella fase più recente, il Piano ha svolto una funzione anticiclica, attenuando gli effetti del rallentamento dell’economia internazionale. Ha allontanato lo spettro della recessione. Questi risultati, però, non sembrano aver risolto il problema strutturale del Sud: trasformare i cicli di crescita in un processo stabile di convergenza verso il Nord.