L’autonomia differenziata continua ad avanzare, sottotraccia, approfittando dello scudo mediatico offerto dalla crisi internazionale. Il disegno è chiaro: determinare una redistribuzione del bilancio pubblico che avvantaggi le regioni del Nord e al tempo stesso aumenti gli spazi di profitto per il settore privato. Non sono valsi ad arrestare la corsa di Calderoli né la bocciatura della Corte costituzionale, né l’esito fallimentare del referendum (che nel Mezzogiorno ha assunto i tratti di un’implicita stroncatura dell’autonomia differenziata, cfr. Calderoli, l’unico perdente che non paga) né infine la posizione contraria espressa in sede di Conferenza unificata sia dalle regioni del centrosinistra che dall’Anci.
Le intese preliminari, sottoscritte dall’esecutivo con i governatori di Lombardia, Veneto, Liguria e Piemonte, sono da poco approdate alle commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato. Si apre ora la possibilità, l’unica concessa al Parlamento, di intervenire con atti di indirizzo per orientarne il contenuto. Una volta approvate in via definitiva, le intese non potranno infatti essere modificate con legge ordinaria.
Chi strizza l’occhio all’autonomia cerca di minimizzarne la portata ripetendo il mantra che l’operazione è a costo zero per le casse pubbliche. Ma l’argomento è tutt’altro che rassicurante. In primo luogo perché, quand’anche l’importo complessivo della spesa pubblica restasse invariato (ipotesi poco plausibile viste le duplicazioni di funzioni che l’autonomia comporta), si creerebbero comunque le condizioni per un riparto più favorevole alle regioni firmatarie. In secondo luogo perché gli ulteriori margini di discrezionalità attribuiti ai governatori avranno inevitabilmente un impatto sulla finanza pubblica – se non nell’immediato di sicuro nel medio lungo termine.








