Molti considerano ormai chiusa la partita dell’autonomia differenziata. Dopo la sentenza della Corte costituzionale del novembre 2024 il progetto sarebbe irreparabilmente su un binario morto. In realtà, il procedimento previsto dalla legge Calderoli è andato avanti, come la vecchia talpa marxiana, come se niente fosse accaduto.

A febbraio scorso il Consiglio dei ministri ha approvato le quattro intese preliminari stipulate con Piemonte, Liguria, Lombardia e Veneto e ad aprile ha trasmesso al Parlamento i relativi disegni di legge. Entro fine luglio il Parlamento esprimerà un atto di indirizzo e, successivamente, il governo dovrà predisporre, interagendo con le regioni interessate, gli schemi definitivi di intesa.

È probabile che in autunno i disegni di legge che approvano le intese arrivino in Parlamento per l’approvazione a maggioranza assoluta. Non si può, quindi, escludere che le intese, che poi saranno operative per dieci anni, vengano approvate entro la fine della legislatura. Naturalmente l’esito finale dipenderà dalla tenuta della maggioranza e dal ruolo che il Parlamento deciderà di esercitare.

Grazie alla sentenza della Corte, (che ha fatto cadere l’assurda equiparazione di queste intese a quelle con le confessioni religiose), il Parlamento non è più un semplice ratificatore: gli atti di indirizzo parlamentari possono incidere sul contenuto delle intese e le Camere hanno il potere di emendare il disegno di legge di approvazione.