Un anno dopo l’approvazione della legge sull’autonomia differenziata, il dibattito sulle regioni sembra finito su un binario morto. La riforma voluta dal ministro Calderoli aveva suscitato grande attenzione – positiva o negativa in base ai punti di vista – ma oggi, con l’eccezione del terzo mandato dei presidenti, si parla poco di regioni ed autonomie locali. Nonostante ci sia molto su cui ragionare.

All’inizio della legislatura l’autonomia regionale rappresentava uno dei principali obiettivi della maggioranza, insieme al premierato e alla riforma della giustizia. Non a caso la legge 26 giugno 2024 n. 86 (più nota come legge Calderoli) era stata approvata dopo un iter parlamentare a tappe forzate. Sembrava si fosse ad un punto di svolta, ma non è stato così. Contro la norma è stata organizzata in poco tempo un’imponente raccolta di firme per il referendum abrogativo. A tale iniziativa sono seguiti due ulteriori passaggi. Nel mese di novembre la Corte costituzionale è intervenuta severamente sulla legge dichiarandola incostituzionale in diversi suoi aspetti. E poco dopo ha giudicato inammissibile il referendum, che si sarebbe dovuto votare insieme a quelli su lavoro e cittadinanza (privando il raggiungimento del quorum di una spinta rilevante, vista la forte contrarietà dei meridionali di tutti gli schieramenti).