Minacce alle porte
Giuseppe Pignataro
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Il problema non è lo schermo. È il tempo. I ragazzi non stanno semplicemente ‘troppo online’: crescono dentro un mercato che interrompe, misura, anticipa, trattiene. Ogni notifica è una piccola convocazione. Ogni video breve una promessa senza compimento. Ogni scroll una porta che non si chiude mai. Così il tempo lungo, quello in cui si studia, si legge, si ascolta e si cambia idea, diventa una forma di resistenza. Ogni epoca ha avuto la sua paura educativa: il fumetto, la televisione, i videogiochi. Ma qui c’è qualcosa di diverso. Non siamo davanti soltanto a un nuovo strumento. Siamo davanti a un’industria che guadagna dalla frammentazione dell’attenzione. Il ragazzo non è solo un utente: è tempo monetizzabile, dato comportamentale, emozione prevedibile, vulnerabilità trasformata in modello di business.
I numeri servono a evitare due errori opposti: il panico morale e l’indifferenza. Save the Children segnala che in Italia il 32,6 per cento dei bambini tra 6 e 10 anni usa lo smartphone tutti i giorni; nel Sud e nelle Isole la quota sale al 44,4. Tra gli 11 e i 13 anni, il 62,3 per cento ha già almeno un account social. Non è più una soglia adolescenziale. È l’alfabeto quotidiano dell’infanzia. L’Istituto Superiore di Sanità aggiunge un dato più inquieto: il 13,5 per cento degli adolescenti mostra un uso problematico dei social media, con prevalenze più alte tra le ragazze; a 15 anni, una ragazza su cinque è in questa condizione. La scuola è il luogo in cui questo conflitto diventa visibile. Secondo l’OCSE, in Italia il 38 per cento dei quindicenni dichiara di distrarsi usando dispositivi digitali in tutte o nella maggior parte delle lezioni di matematica; il 29 per cento dice di essere distratto dai dispositivi usati dai compagni. Non è un dettaglio disciplinare. È la privatizzazione dell’attenzione dentro lo spazio pubblico dell’apprendimento.








