I nuovi report di Eurobarometro e EU Kids online fotografano l'impatto di schermi e social media sulla salute mentale dei giovani. La sociologa Mascheroni (Unicatt) avverte: «Gli algoritmi sfruttano i più deboli, ma servono alternative reali, non censure. i divieti sollevano le piattaforme dalle loro colpe»
«Il problema non è dato tanto dall’uso eccessivo degli schermi di per sé, ma da cosa si fa quando si è online, con chi si è, se si è da soli o se si è con la famiglia, se si è con degli amici. Insomma, il problema è dato dalle circostanze. Se ad esempio si va online per riempire momenti di noia o per compensare delle difficoltà psicologiche, è ovviamente una variabile che fa una grossa differenza sulla qualità dell’esperienza. Per cui il tempo trascorso sullo schermo di per sé non ha un significato assoluto».
A parlare è Giovanna Mascheroni, professoressa in Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, che a Open commenta due importanti ricerche che fotografano il rapporto tra giovani, benessere e piattaforme digitali. Da un lato, il nuovo sondaggio Eurobarometro della Commissione Europea conferma il significativo impatto negativo dell’eccessivo tempo trascorso davanti agli schermi e dell’uso dei social media sulla salute mentale e fisica dei giovani. Dall’altro, lo studio EU Kids Online, condotto su oltre 29mila minori in Europa, dimostra come i divieti sui social media rischino di escludere i ragazzi da importanti opportunità anziché contrastare i danni.









