La discussione sul possibile divieto di accesso ai social media per i minori di 16 anni ha il merito di aver portato all’attenzione dell’opinione pubblica un tema che non può più essere considerato marginale. Non stiamo discutendo soltanto di tecnologia, libertà individuali o abitudini digitali. Stiamo discutendo della salute mentale e dello sviluppo delle nuove generazioni.Negli ultimi anni smartphone, social network e piattaforme digitali sono diventati l’ambiente quotidiano in cui i ragazzi crescono, costruiscono relazioni, cercano riconoscimento e definiscono la propria identità. Non sono semplici strumenti di comunicazione. Sono luoghi di vita.

Nessuno sostiene che internet sia la causa unica dell’aumento di ansia, depressione, autolesionismo, disturbi alimentari o ritiro sociale osservato negli adolescenti. La sofferenza psicologica nasce sempre dall’interazione tra fattori biologici, familiari, educativi e sociali. Tuttavia sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il ruolo che un’esposizione precoce, intensa e non regolata ai social media può avere nell’amplificare vulnerabilità già presenti. La letteratura scientifica più recente indica infatti associazioni significative tra uso problematico dei social, sintomi depressivi e ansiosi, peggioramento del sonno, difficoltà attentive e maggiore rischio di dipendenza comportamentale.Non si tratta, quindi, soltanto di una questione educativa, ma anche di salute pubblica. L’aumento dei casi di dipendenza da internet e dei disturbi della salute mentale associati a un uso precoce e non regolato dei social media rende necessario affiancare all’azione delle famiglie e della scuola strumenti normativi adeguati alla realtà digitale in cui crescono i nostri ragazzi.