Negli ultimi mesi diversi Paesi hanno scelto di intervenire sull’accesso dei minori ai social network. La Francia ha introdotto il divieto per gli under 15, la Spagna ha annunciato un intervento sugli under 16 e altri governi stanno valutando misure analoghe. Al di là delle differenze tra i singoli provvedimenti, il messaggio è chiaro: l’accesso ai social non è più considerato una questione privata delle famiglie, ma un tema di salute pubblica, educazione e tutela dei minori.
Il punto, però, non è soltanto fissare un’età. Un divieto può ritardare l’accesso ai social, ma non basta a costruire le competenze necessarie per abitare il mondo digitale. È ciò che viene prima e ciò che viene dopo a fare la differenza: il sostegno alle famiglie, il ruolo della scuola, la responsabilità delle piattaforme e la capacità delle istituzioni di accompagnare una trasformazione che riguarda l’intera società.
Anche in Italia cresce l’attenzione degli specialisti sul rapporto tra minori e tecnologie digitali. Un’inchiesta de La Repubblica ha riportato il dato dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù: dal 2013 a oggi le richieste di aiuto per disturbi legati alle dipendenze tecnologiche sono aumentate del 500%. Un fenomeno complesso, nel quale si intrecciano vulnerabilità individuali, fragilità relazionali, dinamiche familiari e caratteristiche di piattaforme progettate per catturare e prolungare l’attenzione degli utenti.












