Un parlamento europeo ha messo nero su bianco quello che quasi ogni genitore sospetta da tempo: che un social media non è adatto a un bambino. La Francia lo ha fatto nei giorni scorsi, fissando a quindici l’età minima di accesso. A questa si aggiunge la presa di posizione a tutela dei minori che altri Paesi membri (e del resto del mondo[1]il rapporto del panel di esperti sulla sicurezza online dei minori, la Presidente von der Leyen ha annunciato che subito dopo l’estate avanzerà una proposta per tutelare i minori fondata sulla responsabilità delle piattaforme, su restrizioni d’età effettive e su un accesso graduale e scaglionato per fasce d’età, ricordando opportunamente che “i social media non sono un giocattolo” e che “non possiamo aspettarci che i bambini riescano a crescere e avere successo in un sistema che non è mai stato progettato tenendo conto del loro benessere, proprio nel momento in cui sono più vulnerabili”[2].È il segno evidente del superamento di approcci troppo entusiastici o, peggio, troppo fiduciosi nei confronti del “nuovo che avanza”, a favore di una visione realistica che sposta il dibattito dall’opportunità di intervenire alle modalità con cui farlo. Proprio per questo, però, dobbiamo tenere alta l’attenzione: perché i social rappresentano soltanto una parte del problema.Indice degli argomenti