Parlare del divieto ai social per i minori di sedici anni, come quello annunciato dal governo Sánchez in Spagna, e discutere in generale di misure simili che molte nazioni stanno valutando, non è semplice per chi si occupa di educazione. Da un lato, è legittimo e perfino doveroso che la società degli adulti ponga limiti ai cittadini in età di sviluppo: fa parte della responsabilità collettiva definire dei perimetri al libero arbitrio e alla scelta, quando queste cornici proteggono il benessere e lo sviluppo. Dall’altro lato, chi fa educazione non ha tra le sue prerogative quella di legittimare o contrastare direttamente i divieti: facciamo un altro mestiere, giochiamo su un altro campo.
Il compito dell’educatore è immaginare spazi relazionali possibili con i ragazzi, aiutarli a trovare una direzione nel mondo e sostenerli nello sviluppo di una lettura critica della realtà. Questo, però, deve avvenire fuori da una logica paternalistica di controllo o imposizione. Per qualsiasi soggetto — e a maggior ragione per un adolescente — un divieto imposto dall’alto ottiene spesso l’effetto opposto: ciò che è vietato diventa automaticamente interessante. La trasgressione, la ricerca del limite e la curiosità vengono stimolate dal semplice fatto di aver interdetto l’accesso. Il comico Paolo Rossi diceva, paradossalmente, che il modo migliore per invitare i giovani alla lettura sarebbe vietare l’ingresso alle biblioteche: l’appeal si moltiplicherebbe. Il rischio per il divieto ai social sotto i 16 anni è di produrre un effetto simile: alimentare fascino e ricerca di aggiramento.












