Viviamo in un'epoca in cui una parte significativa della nostra vita sociale, politica e informativa si svolge online e continuerà a essere così. Non è una scelta reversibile, almeno non in una società democratica, perché l'unica alternativa documentata è l'interruzione autoritaria della rete.

Per chi è nato nel secolo scorso, l'adattamento a questo ambiente è stato spesso improvvisato, senza strumenti sufficienti a riconoscere i rischi, né a orientarsi nelle norme implicite che regolano la convivenza digitale. Ma il problema non è generazionale: è strutturale.

La domanda che dovremmo porci non è quando (e per quanto) uscire da internet o nello specifico dai social media, né chi far uscire per protezione. La domanda che non teme il futuro è: come preparare le persone di ogni età a vivere in una società che si informa, si confronta, si organizza e talvolta si polarizza e viene manipolata anche online.

Queste due domande rappresentano tuttavia due visioni della realtà attuale e due diversi approcci alla questione. Ho messo a confronto il caso australiano più noto e imitato e il caso estone meno citato ma più sistemico.

L'approccio australiano è riassumibile in: se qualcosa è pericoloso, limitiamone l'accesso.