“Ridaremo ai nostri ragazzi la loro adolescenza”. È una delle ultime posizioni espresse dal premier britannico Keir Starmer prima di dimettersi ed è la premessa all’adozione di un ban sull’accesso ai social per i minori. Segue quanto già approvato in Australia nel dicembre scorso, il primo paese al mondo a implementare una tale misura.

Ad oggi è in vigore in Malesia, in Indonesia, ed è in discussione in molti paesi, tra cui l’Italia, mentre è stata rifiutata da altri come l’Estonia. Il tema è sensibile per l’opinione pubblica e per i governi, che condividono le valutazioni sul fine da perseguire, limitare l’accesso, ma divergono su come conseguirlo, pur non essendoci evidenze scientifiche sulla natura nociva dei social.

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I social espongono le ragazze a standard estetici irrealizzabili, e per i ragazzi possono essere il luogo di incontro della maschiosfera e di rinforzo della misoginia, ma sono anche uno strumento attraverso cui si organizzano oggi le manifestazioni, una rete di contatto per cercare lavoro, un canale di approfondimento scientifico. Da quale punto di vista cercare di arginare i suoi aspetti problematici? È sufficiente vietarne l’accesso e ritenere che una volta superata l’adolescenza si diventi in grado di usarli?