Dopo la scissione di palazzo Barberini, una delle prime iniziative dei socialdemocratici del Partito socialista dei lavoratori italiani fu quella di creare un sistema di alleanze con il Partito repubblicano italiano, il Partito d’Azione e il partito della Democrazia del Lavoro, costituendo la “Piccola Intesa”, che si distinse, in particolare, durante i lavori dell’Assemblea costituente. I compromessi fra DC e PCI furono costantemente osteggiati dalle formazioni laiche minori; il PSLI si schierò in più occasioni all’opposizione, ad esempio durante la discussione sull’articolo 7, con cui i Patti lateranensi entrarono nella Costituzione. Molto importante fu anche l’impegno dei socialdemocratici sui problemi della difesa e, più in generale, delle relazioni internazionali, con la loro forte spinta europeista.

Marcata fu anche la posizione antimilitarista a favore della «neutralità perpetua» dell’Italia in campo internazionale; i socialdemocratici avviarono una battaglia sui bilanci militari, affinché non superassero le quote riservate alla Pubblica istruzione e chiesero di abolire la coscrizione obbligatoria, con il riconoscimento della libertà di obiezione di coscienza. Si sviluppò, poi, una forte critica alla cosiddetta «costituzione imperfetta», in cui si giudicava l’istanza antifascista insufficiente a garantire uno sviluppo delle forze politiche e sociali italiane secondo le necessità che i tempi imponevano; in particolare, sul tema della funzione dei partiti politici nella rinata democrazia italiana, Saragat, pur assegnando a essi la decisiva funzione di tutela del sistema repubblicano, svolgeva un’analisi della nascente partitocrazia italiana che oggi presenta tratti di singolare antiveggenza: «Tutto dipende dal modo come i partiti funzioneranno – dichiarò alla Costituente –, dipende dalla possibilità di mantenere una vita democratica all’interno dei partiti stessi. Può la Costituzione offrire delle garanzie per favorire questo processo di sviluppo democratico all’interno dei partiti o non può farlo? Questo è il problema […] Il problema, oggi, è di armonizzare tra di loro, sul piano del Governo, i partiti politici, ognuno dei quali è completo in se stesso, quasi Stato nello Stato, e tendenti, per impulso delle loro strutture, a modellare la società a loro immagine esclusiva. Questa tendenza esclusivistica dei partiti politici è il pericolo maggiore che insidia le democrazie moderne».