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Silvia Morosi

La regista da anni attraversa l'Italia per raccontare il tema della transumanza: il focus sulle donne-pastore, un universo spesso invisibile, e sui paesini del Matese, tra riti millenari fatti di cura, equilibrio e interdipendenza

C'è un filo che attraversa millenni di storia e continua ancora oggi a legare l'uomo alla terra, agli animali e ai paesaggi: è quello della pastorizia. Un mestiere antico, nato nel Neolitico, che nella sua essenza è rimasto immutato – prendersi cura del gregge affinché il gregge possa nutrire l'uomo –, ma che oggi deve confrontarsi con sfide profondamente diverse: dallo spopolamento delle montagne ai cambiamenti climatici, senza dimenticare il mercato globale, il mancato riconoscimento sociale, troppa burocrazia e poca attenzione della politica. Un patrimonio materiale e culturale che nel 2026 è tornato al centro dell'attenzione globale in occasione della proclamazione dell'Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori, iniziativa promossa dalla Mongolia e negli anni sostenuta da diversi Stati nazionali (tra i quali anche l'Italia), organizzazioni internazionali, università e centri di ricerca di tutto il mondo, e quindi riconosciuta dall'Onu per valorizzare la pastorizia sostenibile, la sicurezza alimentare e la tutela della biodiversità e delle comunità locali. «Dobbiamo ascoltare e incoraggiare donne, giovani e organizzazioni pastorali a partecipare ai processi decisionali cheplasmano le loro terre e i loro mezzi di sussistenza. Troppo spesso, le loro voci rimangono inascoltate o ignorate, e il loro contributo sottovalutato. Dobbiamo salvaguardare e ripristinare i pascoli attraverso una governance responsabile, investimenti e politiche mirate, e sostenere le persone che li gestiscono», è l'invito lanciato dal Direttore generale della Fao, QU Dongyu.