La geografia conta. Prendiamo Turchia e Malesia, ad esempio, due Stati che possiamo definire cerniera, affacciati l’uno sul Bosforo, l’altra sullo Stretto di Malacca, e cioè due strettoie d’acqua tra le più trafficate del pianeta. Sono stati cerniera perché troneggiano su arterie importanti attraverso cui scorrono merci, energia e capitali di interi continenti. Ed è esattamente così che queste due nazioni si vedono: cerniere tra Oriente e Occidente, tra il mondo islamico e quello globale, tra un passato imperiale e coloniale e un futuro che vogliono progettare da protagoniste. Si sentono ponti nel tempo, non solo nello spazio.
Ma la stessa ambizione, osservata da vicino, rivela due modelli quasi speculari. Per capirlo usiamo uno strumento inusuale: la finanza islamica. Per entrambe è prova che esiste un’alternativa “giusta” al capitalismo predatorio dell’Occidente, un sistema di credito senza interesse, fondato sulla condivisione del rischio invece che sulla rendita. Recep Tayyip Erdoğan la definisce “un modello più equo non solo per i musulmani, ma per l’intera umanità”. Kuala Lumpur, più sobria, la pratica da mezzo secolo.
Ed è qui che la retorica si separa dai fatti. Perché la finanza islamica, a dispetto della sua aura spirituale, è la forma di capitalismo che più di ogni altra dipende da qualcosa di terribilmente concreto: la fiducia. Senza interesse, il finanziatore condivide il rischio dell’impresa; deve dunque potersi fidare dei bilanci, dei contratti, dei tribunali che li fanno rispettare, dei consigli sharia indipendenti che ne certificano la conformità, e soprattutto di una moneta stabile. La finanza senza interesse è, paradossalmente, la meno compatibile con il potere arbitrario.








