Terre rare, litio e filiere dominate dalla Cina non eliminano le vulnerabilità strategiche. Per l’Italia il metano resta il pilastro della sicurezza

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Nel disordine della scomposizione geopolitica globale, segnata dal ritorno dei dazi, dal proliferare dei conflitti e dalla vulnerabilità dei colli di bottiglia marittimi, la sicurezza energetica ha smesso di essere una mera questione di approvvigionamento per diventare l'architrave stessa della sovranità nazionale. Chi possiede le risorse e controlla le tecnologie esercita un potere di condizionamento senza precedenti. Ma in questo scenario, la retorica di una transizione ecologica e digitale immediata, capace di azzerare d'un colpo dipendenze e vulnerabilità, si scontra con una realtà industriale e geopolitica ben più complessa. L'illusione che l'equazione più pale eoliche, più pannelli solari e più infrastrutture digitali equivalga a un'indipendenza automatica rischia di consegnare l'Occidente a una vulnerabilità strategica persino peggiore della precedente.Le tecnologie della transizione verde e della digital economy, infatti, poggiano su catene di fornitura altamente concentrate e quasi interamente controllate da Pechino. Come evidenziato dai recenti report trimestrali di Intesa Sanpaolo e WisdomTree, materie prime fondamentali come il rame e il litio quest'ultimo indispensabile per le batterie di veicoli elettrici e sistemi di accumulo vedono la propria produzione mineraria concentrata in pochissimi Paesi, con una forte esposizione a contrazioni dell'offerta e ritardi nei progetti. Lo scenario si fa ancor più sbilanciato se si guarda alle terre rare pesanti (come neodimio, praseodimio, disprosio e terbio), decisive per la produzione di magneti destinati a mobilità elettrica, eolico, robotica, difesa e data center. Di queste materie prime la Cina controlla non solo l'estrazione, ma la quasi totalità della raffinazione, detenendo un monopolio di fatto su disprosio e terbio. A questa stretta geopolitica si aggiungono le criticità qualitative ed etiche delle forniture: dai casi di amianto riscontrati in Gran Bretagna nelle turbine eoliche importate dal gigante asiatico fino agli oltre 25 conflitti socio-ambientali legati all'estrazione mineraria documentati a livello globale. Pensare di affrancarsi dai combustibili tradizionali, e dal gas in particolare, ignorando queste dinamiche è una contraddizione logica prima che industriale. Il gas naturale non è il nemico della transizione, bensì l'abilitatore e lo stabilizzatore indispensabile dell'intero sistema economico. In Italia, seconda nazione europea per consumi, il metano genera circa la metà dell'energia elettrica annuale ed è insostituibile per i settori manifatturieri gas intensive (vetro, ceramica, cemento), che valgono il 17% del valore aggiunto industriale e il 2,5% del Pil. Inoltre, l'energia da metano garantisce la stabilità continuativa e programmabile ventiquattr'ore su ventiquattro, necessaria a proteggere le reti elettriche dai picchi di calore estivi, dai blackout e dal fabbisogno inarrestabile dei nuovi data center, che mal si conciliano con l'intermittenza di sole e vento. C'è poi un paradosso materiale: per produrre il vetro dei pannelli fotovoltaici occorrono le altissime temperature fornite dal gas, così come le pale eoliche necessitano di resine e materiali compositi derivati dalla petrolchimica. Il metano, di fatto, permette di costruire gli stessi strumenti con cui qualcuno vorrebbe mandarlo in pensione.