Da Malacca a Panama, passando per Taiwan, Gibilterra e Bosforo: oltre a Hormuz e Bab el-Mandeb, il commercio mondiale dipende da pochi passaggi strategici. Se si bloccano, rischiano energia, alimenti, chip e materie prime.
Quando si parla di sicurezza delle catene di approvvigionamento e di geoeconomia delle risorse, l’attenzione tende ad accentrarsi sul Medio Oriente. Tuttavia, escludendo lo Stretto di Hormuz e il corridoio strategico del Mar Rosso (Bab el-Mandeb e Canale di Suez), la mappa del commercio marittimo globale dipende da una serie di «colli di bottiglia» (o choke points) geografici fondamentali per la stabilità energetica e alimentare del pianeta.
Malacca e Taiwan, le rotte dell’energia e dei chip
La seconda arteria marittima più importante al mondo per i volumi petroliferi è lo Stretto di Malacca. Situato tra la penisola malese e l’isola di Sumatra, di qui transita circa il 25% del petrolio greggio mondiale proveniente dal Medio Oriente e diretto ai giganti industriali asiatici (Cina, Giappone, Corea del Sud). È fondamentale anche per il transito di gas naturale liquefatto (gnl), minerale di ferro e carbone provenienti dall’Australia, oltre a gomma naturale e olio di palma dal Sud-est asiatico. Più a sud, gli stretti indonesiani di Sunda e Lombok servono da rotte alternative per le navi a pieno carico che non possono attraversare i bassi fondali di Malacca. La sovranità sulle acque territoriali spetta a Malaysia, Indonesia e Singapore. Tuttavia, la sicurezza della rotta vede un fortissimo interesse geopolitico degli Stati Uniti (tramite la VII Flotta) e della Cina, la cui dipendenza dal passaggio crea il famoso «dilemma di Malacca», spingendo Pechino a cercare rotte alternative terrestri o portuali nell’Oceano Indiano.







