Seguiamo con crescente apprensione - e non poco sgomento - le vicende geopolitiche che quotidianamente interessano lo Stretto di Hormuz, diventato il baricentro degli interessi economico-commerciale di larga parte dell’umanità.
Trascuriamo, almeno per il momento, di considerare la criticità della posizione geostrategica che si riflette sullo Stretto e i relativi tentativi, finora purtroppo andati tutti falliti, di trovare una soluzione diplomatica alla guerra in corso, seguendo le ordinarie per vie negoziali che, sfortunatamente, ancora non si riescono a trovare. Anche dai numerosi tentativi negoziali mediati in Svizzera dall’emergente diplomazia pakistana, non è concretamente emerso nulla sotto il profilo geopolitico.
Restano e pesano come macigni, invece, i problemi legati a due fondamentali fattoti che investono quell’aree marine, tanto importante politicamente quanto delicata sotto il profilo della fragilità riconosciuta ai suoi ecosistemi marini e costieri: lo sminamento navale e la gestione delle migliaia di tonnellate di crude oil e degli altri carichi inquinanti sversati in mare quale conseguenza di fatti bellici e anche, in minor parte, dovute alle lunghissime attese in rada di centinaia e centinaia di unità commerciali, costrette a gravitare in quell’area senza poterla lasciare se non con gravi rischi di essere colpiti da droni e/o missili o, ancora peggio, di esplodere al contatto con qualche mina.







