Lo Stretto di Hormuz non è più solo «un rischio» da pesare a dovere nei prezzi di petrolio e gas (il termometro dei future tornerà a dare i suoi segnali oggi). È ormai diventato «un rischio permanente» per i mercati che ha già riscritto la geografia delle rotte. E anche degli investimenti. «Il genio di Hormuz non può più essere rimesso nella lampada», sintetizzano con una battuta gli analisti. Forse si recupereranno nel tempo i 15 milioni di barili al giorno di greggio congelati. Ma non si tornerà più al “prima di Hormuz”. Ulteriori chiusure rappresentano ora un rischio reale e persistente per la regione, ma anche per l’economia globale. E non importa se gli analisti immaginano un eccesso di petrolio nel mondo (almeno 5 milioni di barili al giorno dal 2027), se magicamente lo Stretto si riaprisse per sempre. Ogni previsione rischia di essere smentita dall’arma di blocco consegnata da Trump a Teheran.
Le vie alternative
Va detto che i governi del Golfo lo hanno capito immediatamente il 28 febbraio scorso, subito dopo l’annuncio di chiusura dello Stretto, l’evento fino a quel momento inimmaginabile per i suoi effetti apocalittici. La conferma è arrivata dalla nuova chiusura due giorni fa, con l’inchiostro ancora fresco sulla firma dell’accordo, che ha suggellato il controllo supremo dell’Iran sullo Stretto. Diversificare rotte e flussi è ora più che mai un imperativo strategico. Un obiettivo da rincorrere a tutti i costi (o quasi) mentre si parla di 150 miliardi di investimenti possibili. E del resto il cantiere è stato aperto da subito. Da subito si sono riscritti gli equilibri politici ed economici nel Golfo. E questo è un altro capolavoro “permanente” di Trump.









