La crisi dello Stretto di Hormuz ha mostrato quanto le rotte energetiche globali restino esposte alla pressione geopolitica. La riduzione dei transiti e il ricorso a corridoi terrestri, ferroviari e portuali alternativi indicano che l’intermodalità non è più solo efficienza, ma resilienza
La crisi di Hormuz ha evidenziato una fragilità strutturale della globalizzazione energetica: quando un passaggio marittimo critico diventa instabile, l’impatto non riguarda solo prezzo del petrolio e tempi di navigazione. Ad essere colpita è l’architettura logistica che collega produzione, porti, terminal energetici, assicurazioni e mercati finali.
Negli ultimi mesi, il traffico nello Stretto è stato fortemente ridotto rispetto ai livelli precedenti alla crisi. Alcune petroliere e metaniere hanno continuato a transitare, ma in un contesto di rischio elevato, costi assicurativi crescenti e incertezza operativa. Di fronte a questa pressione, governi e operatori hanno rafforzato le alternative: pipeline verso porti fuori dallo Stretto, hub sul Mar Rosso, corridoi ferroviari e trasporto terrestre attraverso la Penisola Arabica.
Il caso più significativo è l’aumento dei convogli su gomma nel deserto saudita. Secondo ricostruzioni di stampa internazionale, migliaia di camion sono stati impiegati per movimentare merci, in particolare fertilizzanti, dal Golfo verso il Mar Rosso. Il dato però, va letto con cautela: non dimostra che la gomma possa sostituire Hormuz; dimostra che la continuità parziale dei flussi passa dalla combinazione di modalità diverse di trasporto.












